L’uomo che amava i bambini – Christina Stead –
Capolavoro.
Sono fortunato, siamo in chiusura di questo 2025 di letture, penso manchino ancora una decina di libri, ma ho la certezza che il miglior romanzo letto quest’anno sia questa meraviglia della Stead.
È stata una lettura lunga, me la sono goduta piano piano, leggendo in contemporanea solo saggi tecnici, in modo da non essere distratto da una narrazione che mi ha rapiti completamente nelle vicende della famiglia Pollit.
Sono arrivato a questo testo tramite il libro di Franzen che lo consigliava come romanzo fondamentale troppo poco apprezzato, ma di assoluto valore.
Anche questa volta il filo rosso della lettura mi permette di scovare un capolavoro attraverso un libro che invece non avevo apprezzato, segno che c’è sempre qualcosa da trovare quando s’impara a osservare con attenzione.
Il romanzo ha tre protagonisti: Sam il padre, Henny la madre e Louie primogenita di Sam, avuta dal primo matrimonio. Tutto intorno sullo sfondo gli altri figli di Sam e Hanny che a turno entrano nel racconto e poi rimangono sullo sfondo
L’uomo che amava i bambini è un romanzo potente, disturbante
Non racconta solo una famiglia, racconta come l’amore, quando deformato da ego, miseria e ignoranza emotiva, può diventare un’arma devastante.
È un libro difficile ma profondamente illuminante, uno dei più lucidi ritratti dell’infelicità domestica che abbia mia letto.
Il testo ha una potenza evocativa terrificante, ci richiama continuamente ad eventi vissuti in ogni nucleo familiare, riporta alla luce dal nostro inconscio elementi rimossi dimenticati, ma sicuramente vissuti, cullandoci o strattonandoci tra empatia e disgusto per la crudezza della realtà.
Odierai e amerai ogni personaggi del libro, troverai esagerata, ma totalmente autentica ogni sfumatura, rimarranno impressi alcuni quadretti racconti dalla Stead anche dopo aver finito il libro.
Ho trovato geniali questi aspetti del romanzo.
La Stead non giudica in modo moralistico: mostra la complessità delle pulsioni umane.
Sam è inquietante perché non è un mostro evidente, ma un “buon uomo” secondo la sua stessa definizione.
È il ritratto perfetto dell’uomo violento che non sa di esserlo.
Il linguaggio di Sam (canzoncine, diminutivi, neologismi) è un dispositivo narrativo geniale:crea un mondo stravagante e buffo, maschera la violenza emotiva, soffoca gli altri personaggi.
La lingua è parte integrante dell’oppressione.
Stead mostra senza pietà:
la povertà, il caos domestico, l’isteria quotidiana, l’incapacità degli adulti di essere tali.
Come molti altri capolavori “l’uomo che amava i bambini” non ha ottenuto il successo che meritava nella sua epoca, per fortuna è stato riportato alla luce quasi trent’anni dopo la pubblicazione e a mio parere è tra i migliori romanzi del novecento.
