Magnifica Humanitas – Leone XIV –
Alla fine, il mio giudizio su ciò che scrive quella che, per molti, è la massima autorità spirituale dell’Occidente conta relativamente poco. Quello di cui posso parlare con una certa cognizione di causa è la storia che ha fatto da cornice alla lettura della prima enciclica di Papa Leone XVI. Perché i libri, spesso, iniziano molto prima della prima pagina.
E così, in aperta contraddizione con la narrazione ormai consolidata di un popolo che non legge più e di una Chiesa cattolica in irreversibile crisi di fedeli, vocazioni e rilevanza pubblica, mi sono trovato per due volte a entrare in libreria e a sentirmi dire che l’enciclica era esaurita.
La terza volta era un sabato di quelli che Roma sa regalare quando decide di saltare la primavera e passare direttamente all’estate. Via Cola di Rienzo sembrava sciogliersi sotto il sole. Entrai in una Mondadori quasi completamente vuota. Non trovai l’enciclica. Non trovai neppure un commesso. Per qualche minuto vagai tra gli scaffali con quell’andatura tipica di chi cerca qualcosa senza sapere più se desidera davvero trovarla o semplicemente confermare che non c’è.
A quel punto mi arresi e mi avviai verso l’uscita.
Poi, passando davanti alla cassa, le vidi.
Quattro copie.
Appoggiate lì.
Come se fossero sempre state lì.
Come se mi stessero aspettando.
Il problema era che non c’era nessuno. Né cassieri, né clienti, né commessi. Solo io, quattro encicliche e una quantità sorprendente di libertà.
Fu in quel momento che il mio cervello organizzò una delle sue abituali riunioni straordinarie. Non una riflessione morale elevata, ma una di quelle discussioni interne confuse e rapidissime che durano forse due secondi e producono materiale sufficiente per anni di terapia.
Da una parte una voce perfettamente ragionevole nel modo in cui sanno esserlo le cattive idee.
Prendila e basta. Non ti vede nessuno. Se lasciano una cassa incustodita è un problema loro. Mondadori fattura milioni. Nessuno noterà mai la scomparsa di un libriccino da tre euro.
Dall’altra parte, una voce molto meno brillante ma decisamente più efficace.
Aspetta un attimo. Vuoi davvero rubare l’enciclica del Papa?
Non un romanzo scandaloso. Non una biografia proibita. Non un manuale per scassinatori.
L’enciclica del Papa.
Persino formulare mentalmente la frase produceva un effetto comico involontario. C’era qualcosa di magnificamente assurdo nell’idea di commettere un piccolo furto per appropriarsi di un testo che parla, tra le altre cose, di coscienza, responsabilità e vita morale.
Alla fine vinse la parte più noiosa di me, che è anche quella che statisticamente mi evita più problemi. Cercai una cassiera, pagai il libro e uscii.
Ma l’episodio mi rimase addosso più della lettura stessa. Perché, a ben vedere, la mia vita assomiglia spesso a quella scena: una continua contrattazione tra due mondi incompatibili. Da una parte aspirazioni elevate, desideri di senso, ricerca spirituale. Dall’altra una collezione infinita di impulsi meschini, egoismi, scorciatoie e tentazioni ridicole. E forse nessuna immagine rappresenta meglio questa condizione del trovarsi a discutere seriamente con se stessi sull’opportunità di rubare un’enciclica da tre euro.
Quanto al testo, la prima sorpresa è stata la sua modernità.
L’enciclica si apre con due episodi biblici: la Torre di Babele e la ricostruzione di Gerusalemme. Due modi opposti di costruire qualcosa di grande. Nel primo caso l’opera nasce da una spinta egocentrica, competitiva, dalla volontà di elevarsi sopra gli altri e perfino sopra Dio. Nel secondo caso la costruzione diventa un gesto comunitario, equilibrato, capace di tenere insieme responsabilità individuale e bene comune.
È una contrapposizione antica ma incredibilmente attuale.
Da lì il Papa affronta temi che normalmente associamo più a governi, università o centri di ricerca che a un’enciclica: intelligenza artificiale, sviluppo tecnologico, politica, filosofia, organizzazione sociale. Non lo fa con il tono di chi pretende di possedere tutte le risposte, ma con quello di chi cerca di tracciare alcune direzioni possibili.
La Chiesa viene presentata come una presenza di accompagnamento, non come un’autorità che impone soluzioni. Un punto di riferimento per orientarsi dentro trasformazioni che hanno una velocità e una portata tali da lasciare spesso disorientati perfino gli esperti.
Nelle pagine finali vengono proposti cinque punti di lavoro, cinque direzioni attraverso cui tentare di costruire una vita in cui tecnologia, relazioni, spiritualità, responsabilità e libertà possano convivere senza distruggersi a vicenda.
Ho apprezzato quasi tutto del testo.
Il linguaggio, innanzitutto. Chiaro senza essere banale.
I contenuti, che riescono a confrontarsi con il presente senza rifugiarsi nella nostalgia.
E soprattutto una certa apertura che definirei quasi laica, termine che non avrei mai immaginato di associare spontaneamente a un’enciclica.
Resta però una riflessione che mi accompagna ogni volta che mi confronto con la Chiesa.
Mi colpisce come essa riconosca con grande lucidità i rischi delle ideologie quando queste appartengono ad altri mondi, ma fatichi talvolta a vedere come alcuni meccanismi siano comuni a tutte le grandi costruzioni collettive. Del resto, quando si deve parlare a milioni di persone, dare un significato condiviso agli eventi, offrire una narrazione capace di orientare comportamenti e speranze, si finisce inevitabilmente per sviluppare strutture che assomigliano a quelle di ogni altra grande visione del mondo.
Forse è una necessità più che un difetto.
Forse è il prezzo inevitabile di qualsiasi tentativo umano di trasformare idee complesse in una lingua comprensibile a intere comunità.
O forse è semplicemente un’altra di quelle contraddizioni con cui, esattamente come davanti a una cassa vuota e a quattro copie di un’enciclica, siamo costretti a convivere.
“L’IA è un opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’ uniformità che elimina la diversità e che invece della comunione sceglie l’omologazione”
“Il racconto della rinascita di Gerusalemme mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani”
“La scelta non è tra un sì o no alla tecnologia, ma tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che alla presenza di Dio si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna”
“La forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”
“Il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all’altro, da un’intelligenza disponibile all’ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più ciò che separa”
“La chiesa considera come compagni di cammino tutti coloro che cercano sinceramente la verità, la bontà e la bellezza”
“La comprensione della verità, come dono da condividere e non come possesso da rivendicare”
“Il tempo è superiore allo spazio”
“Per il nostro tempo restano particolarmente attuati almeno tre intuizioni: la consapevolezza che l’ingiustizie non riguardano solo i comportamenti individuali, ma anche le strutture economiche e istituzionali; il valore del principio di sussidiarietà che invita a rafforzare il tessuto associativo e comunitario, evitando nuove concentrazioni di potere; e il legame tra dignità del lavoro, giusta retribuzione e possibilità reale per le famiglie di condurre una vita umana e decorosa”.
“Il valore della persona non dipende da ciò che realizza o produce esistono diritti che spettano a tutti per il solo fatto di essere persone”.
“È la dignità che appartiene a ogni essere umano, semplicemente per il fatto di esistere e di essere stato voluto creato e amato da Dio”
“Il bene comune è un plus, risultato dell’interazione e dell’influenza reciproca che collega diverse azioni, iniziative spazio e decisioni”.
“La solidarietà richiede che le scelte in materia di dati, algoritmi, piattaforme e intelligenza artificiale tengano conto non solo del vantaggio immediato di alcuni ma dell’impatto sull’insieme dei popoli e sulle generazioni che verranno”.
“Le innovazioni tecnologiche non sono neutrali”
“Disarmare l IA significa sottrarla alla logica delle competizioni armata che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva”.
“Impedirle di dominare l’umano”
“In un ecosistema, l’armonia si spezza quando una sola specie prolifera a scapito delle altre; nell’umano, accade lo stesso quando una facoltà pretende di farsi misura di tutto”.
“La qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire, dalla capacità di riconoscere l’altro come volto e non come funzione”.
“Tutto ciò che appare come limite: incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità, tende ad essere letto, anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre le relazioni”.
“L’esperienza religiosa e la fede cristiana propongono di abitare senza semplificazioni l’ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione con Dio”
“Nei momenti di orrore, siamo giusti a conoscere l’uomo come realmente è “.
“Far crescere la tecnica senza far regredire il cuore”.
“Ciò che salva l’uomo non è l’autosufficienza potenziata, ma una relazione che libera una comunione che trasforma”
“Come scrivere Platone, le cose più profonde e importanti si imparano solo dopo molto tempo e molta fatica, impegnandosi nella discussione con gli altri a sfregare i concetti e l’esperienze come se fossero pietre focaie, finché noi non scocchi la scintilla della comprensione”.
“Ridurre le persone a profilo”
“Trasformare la conoscenza condivisa in bene comune, non in leva di dominio”.
“Mentre il rumore della confusione ci circonda, il bene cresce silenzioso dalla terra”
“Propongo cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo”.
“Investiamo nell’educazione che inizia da noi stessi”
“Servono adulti che ricoprono la loro vocazione di artigiani dell’educare disponibili a un lavoro quotidiano, paziente sostenuto da alleanze educative e ampie e condivise”
