La persona e il sacro – Simon Weil –
Esiste una superstizione editoriale piuttosto curiosa: l’idea che il peso specifico di un libro sia misurabile con il righello. Più pagine, più profondità. Come se la complessità fosse una questione di cellulosa. Dall’altra parte del corridoio, con identica ingenuità, si allineano i consigli di lettura che raccomandano libretti sotto le cento pagine come se fossero una forma di ginnastica dolce per persone intimorite dall’alfabeto: «si legge in un pomeriggio», «perfetto per ricominciare a leggere», «zero sforzo». Come se il valore di un testo coincidesse con la sua capacità di non disturbare troppo.
La cultura, ogni tanto, ha la decenza di smentire entrambe le caricature.
La persona e il sacro di Simone Weil occupa appena una settantina di pagine e riesce tuttavia a contenere più materia viva di molti volumi che sembrano scritti con l’obiettivo segreto di riempire uno scaffale. Weil appartiene a quella rarissima categoria di autori che non aggiungono parole per chiarire un pensiero; tolgono tutto ciò che è superfluo finché il pensiero rimane lì, nudo e quasi insostenibilmente visibile.
La sensazione, durante la lettura, non è quella di apprendere qualcosa di nuovo. È più strana. È la sensazione che qualcuno abbia spostato di pochi centimetri l’asse attraverso cui guardi il mondo, e che quei pochi centimetri siano sufficienti a modificare l’intero panorama. Si esce da queste pagine leggermente diversi da come si è entrati.
Oggi gli scaffali dedicati alla spiritualità traboccano di formule motivazionali, misticismi assemblati in serie, buddhismi domestici e saggezze prêt-à-porter. Libri costruiti spesso per produrre frasi da evidenziare, da pubblicare sotto la fotografia di un tramonto o da trasformare nel tatuaggio che immaginiamo di fare e che, fortunatamente, non faremo mai.
Weil procede nella direzione opposta. Non offre consolazione, non promette autenticità, non costruisce un nuovo culto dell’io. Anzi, prende di mira proprio l’io.
L’intuizione centrale del libro è tanto semplice quanto sconvolgente: ciò che vi è di sacro nell’essere umano non coincide con la persona. Non coincide con l’identità sociale, politica, nazionale o psicologica. Non coincide con la biografia che raccontiamo agli altri e a noi stessi. Il sacro abita invece quel punto vulnerabile e universale che esiste in ogni individuo e che continua silenziosamente ad attendere una cosa soltanto: ricevere il bene ed essere risparmiato dal male.
È una prospettiva che oggi appare quasi scandalosa.
Viviamo immersi in un lessico che celebra la realizzazione personale, l’espressione di sé, la costruzione della propria identità. Weil, invece, parla di impersonalità. Parla di anonimato.
Spiega come la verità, la giustizia e la bellezza, basi della filosofia, non nascano dall’affermazione dell’ego ma dalla sua momentanea sospensione.
Non è una tesi confortevole. Ed è probabilmente per questo che continua a essere necessaria
In poche decine di pagine Simone Weil riesce a fare ciò che molti filosofi e divulgatori non riescono a fare in centinaia: costringe il lettore a interrogarsi sui significati elementari di parole che credeva di conoscere già — giustizia, verità, bellezza, bene — restituendo loro peso, urgenza e mistero.
Un libro breve soltanto per chi conta le pagine. Radicale
“Ciò che è sacro, lungi dall’essere la persona, è quello che in un essere umano è impersonale”
“Un gruppo di esseri umani non è in grado di fare neanche un’addizione. Un’addizione si effettua in uno spirito che dimentica momentaneamente l’esistenza di ogni altro spirito”.
“La verità e la bellezza abitano questo ambito delle cose impersonali e anonime. Ed è questo ambito ad essere sacro”.
“Ciò che è sacro nella scienza è la verità ciò che è sacro nell’arte è la bellezza, la verità e la bellezza sono impersonali”.
“Se un bambino si sbaglia nell’eseguire un’addizione, l’errore porta l’impronta della sua persona. Se procede in maniera perfettamente corretta, la sua persona è assente dall’intera operazione”.
“La perfezione è impersonale. La persona in noi corrisponde alla parte che in noi è errore e peccato. Tutti gli sforzi dei mistici hanno sempre mirato a ottenere che nella loro anima non vi fosse più neppure una parte che dicesse io, ma la parte dell’anima che dice noi è infinitamente più pericolosa”.
“Il pericolo maggiore non risiede nella tendenza del collettivo a soffocare la persona, bensì nella tendenza della persona a precipitarsi a sprofondar nel collettivo”.
“Il lavoro fisico benché sia una pena non è di per sé degradante. Non è arte; non è scienza; è un’altra cosa eppure ha valore assolutamente uguale a quello dell’arte e della scienza”.
“Solo la luce che ininterrottamente discende dal cielo, fornisce a un albero l’energia che fa penetrare a fondo nel terreno le possenti radici in verità l’albero è radicato nel cielo”.
“Solo ciò che proviene dal cielo è grado di imprimere realmente un marchio sulla terra”.
“La verità, la bellezza, la giustizia, la compassione sono beni sempre ovunque”.
“L’amore della verità si accompagna sempre all’umiltà”.
“Ogni spirito prigioniero del linguaggio è capace soltanto di opinione”.
“Giustizia, verità, bellezza sono sorelle alleate con tre parole così belle, non occorre cercarne altre”.
“La parte dell’anima che domanda, perché mi viene fatto del male coincide con la parte profonda che in ogni essere umano è rimasta fin dalla prima infanzia perfettamente intatta e perfettamente innocente”.
