Jacques Deridda – Simone Regazzoni –
La prima regola del Fight Club è: non parlare mai del Fight Club.
Simone Regazzoni in questo stupendo libro su Deridda mette subito in chiaro come l’errore più grosso che si possa fare con il filosofo franco-algerino è quello di delimitarne e protocollare vita e pensiero.
Questo accade perché l’informazione viva come l’opera derridiana non è un corpus da afferrare col pensiero e protocollare, atto che impedirebbe di osservare la portata destabilizzante per ogni idea di definizione o senso circoscritto e compiuto della sua opera
Il testo è chiaramente complesso e lo inserisco in quelle tipologie di letture che mi permettono un salto di qualità perché mi costringono ad un impegno intenso.
Come spesso spiego ai miei allievi per diventare forti bisogna sentirsi deboli.
Se voglio migliorare i miei sistemi energetici devo sentirmi senza energie, sfiancato e nel campo cognitivo per migliorare la mia intelligenza devo sentirmi stupido.
Scrivere un libro su un filosofo contemporaneo così complesso penso sia un’impresa gigante, la lettura spesso mi ha lasciato confuso e privo di radici, motivo per cui ho apprezzato il testo.
Altro elemento che ho apprezzato incredibilmente è che il libro trasuda da ogni sua pagina autenticità
Il legame vero tra l’autore e il filosofo garantisce la sincerità della trattazione.
Deridda è stato un maestro per Regazzoni e questo è evidente in ogni singola parte del testo, rendendo il nome Eredi di questa collana di libri Feltrinelli particolarmente coerente.
Proprio il concetto di eredità è l’incipit del libro.
Regazzoni parte dalla domanda su cosa significhi veramente ereditare Deridda, la riposta è in un spettro molto ampio che va dal non rimanere nulla oltre qualche testo nelle biblioteche al fatto che l’opera completa non sia stata ancora letta nel suo nucleo più profondo. Entrambi le affermazioni sono dello stesso Deridda.
Altri due temi fondamentali del libro sono la decostruzione e il desiderio di scrittura.
Ho trovato una grande correlazione tra il concetto di decostruzione e quello che intendo per pratica.
Proprio decostruzione e scrittura s’intrecciano ecco allora che, agli occhi di Regazzoni, non è la decostruzione il centro del pensiero derridiano ma proprio il desiderio della scrittura. Il che è da intendere nel doppio senso di una voglia irrefrenabile di scrivere e anche in quello di desiderare la scrittura in sé, nel suo essere l’oggetto più enigmatico, e perciò più umano, che nel mondo ci è dato incontrare.
Concludo con una frase del testo a cui mi sono sentito totalmente legato per la vicinanza alle mie ricerche nel campo del Movimento e della Pratica perché riassume perfettamente alcune idee di cui parlo spesso e che sono diamanti assoluti
“ La decostruzione “è” dunque già da sempre all’opera e, al contempo la sua intensificazione pratica, come intensificazione di un movimento di trasformazione all’opera del mondo: la sua invenzione singolare firmata Jacques Deridda”.
