La ferita, la letizia – Davide Rondoni –
Come sempre, parto da quello che chiamo il filo rosso – che poi è una maniera un po’ ridicola ma anche inevitabile di dare una forma ordinata a cose che nella vita ordinatamente non succedono quasi mai – che mi ha portato a leggere questo libro. Mi sono accorto, crescendo, che esistono persone che sanno tutto di una sola cosa e persone che sanno abbastanza di mille cose diverse, e che stranamente – o forse no – finiscono spesso per arrivare nello stesso identico punto. Solo che i primi ci arrivano scavando un pozzo verticale e gli altri facendo una specie di interminabile giro dell’isolato cosmico.
Questo libro è un regalo di mio padre.
E mio padre, in materia di cattolicesimo, è una di quelle persone lì. Non “credente” nel senso decorativo del termine, non il cattolico delle feste o delle processioni con i fuochi d’artificio il 15 Agosto o delle sedie di plastica fuori dalla chiesa. No. Mio padre è uno che legge quasi solo testi sacri. Breviari, vite dei santi, encicliche, commentari, lettere apostoliche, roba che se la lasci aperta sul tavolo sembra sempre che qualcuno stia per essere canonizzato oppure giudicato. È il suo continente mentale.
Da bambino, mentre agli altri leggevano le favole, a me leggevano la Bibbia illustrata per i piccoli. Che detta così sembra anche tenera, ma in realtà a 5 anni già dava vita ad un confuso dialogo interno tra sacro e profano che portava a domande assurde del tipo: “Papà, in paradiso ci sono i giocattoli? ” Gli altri andavano allo stadio col padre, io andavo a messa. Gli amici dei genitori degli altri erano commercialisti, medici, colleghi di vario genere I nostri erano preti. Preti ovunque. Preti che fumavano, preti con cui giocavamo a calcio, preti che parlavano latino come se fosse ancora una lingua viva e respirante. Da piccolo pensavo fosse normale.
E adesso, riguardandola da adulto, questa cosa mi sembra contemporaneamente stranissima e preziosa. Perché ti lascia addosso una specie di alfabetizzazione spirituale involontaria. Una conoscenza di base che non hai scelto ma che ti abita comunque. Un po’ come crescere in una casa bilingue: magari da adolescente la rifiuti, magari ti infastidisce pure, ma poi un giorno ti accorgi che certe parole le capisci senza doverle tradurre.
Naturalmente – e credo sia quasi una legge biologica – sono cresciuto coltivando passioni opposte a quelle dei miei. O almeno apparentemente opposte. I miei fili rossi nella lettura sono un casino magnifico: teorie complottiste, classici russi, fantascienza, libri sulla Resistenza, fumetti, religioni orientali, spiritualismo, saggi improbabili trovati sulle bancarelle, Borges – ovviamente Borges, che è il santo patrono di quelli che cercano connessioni dappertutto – e qualsiasi testo abbia dentro anche solo una frase capace di spalancare un piccolo corridoio mentale.
Leggo tutto con quella speranza lì: trovare i punti di contatto. Le cuciture invisibili. Le trame nascoste che tengono insieme cose apparentemente inconciliabili. Come se l’universo avesse davvero una struttura segreta e i libri fossero soltanto modi diversi di sbatterci contro.
E quindi, alla fine, succede questa cosa meravigliosa: io e mio padre, partiti da strade completamente diverse, arriviamo nello stesso punto. Che è dire: il libro di Rondoni è un bellissimo libro.
Per mio padre lo è sicuramente perché parla di San Francesco d’Assisi, e perché dentro c’è quella miscela rara di profondità spirituale, gioia cristiana, attenzione concreta alla vita e amore quasi feroce per la bellezza del creato.
A me, invece, è piaciuto per un’altra ragione. O forse per la stessa, solo tradotta in un’altra lingua.
Rondoni sa usare le parole. Ma proprio usarle fisicamente. Torcerle, illuminarle, farle sbattere tra loro finché non producono qualcosa che somiglia più a un’emozione che a un concetto. I poeti fanno questo: prendono idee astratte e le trasformano in materia sensibile. Come i pittori, solo con meno solvente per colori e più insonnia.
E la cosa più bella del libro è che la letizia non viene mai raccontata come una specie di ottimismo idiota da tazza motivazionale. Non cancella il tragico. Ci vive accanto. Respira nella stessa stanza.
Il Francesco che emerge qui non è il santino semplificato che certa tradizione cattolica ha costruito – il mistico ecologista sorridente che parla agli uccellini come in un cartone animato triste – ma un uomo estremo. Non estremista: estremo. Che è diverso. Uno disposto a spingersi fino al limite dell’esperienza umana pur di guardare davvero le cose. Capace di portare l’Oriente in Occidente, un albero rovesciato con le radici verso il cielo.
Ed è forse per questo che è stato rivoluzionario persino linguisticamente: prende il latino, lo attraversa, lo rompe, lo abbassa nella carne viva del volgare e prova a creare una lingua nuova, una lingua capace di stare più vicino all’esperienza reale.
S. Francesco guarda una singola cosa e ci vede dentro il tutto. E contemporaneamente guarda il tutto e riesce ancora a vedere la singola cosa.
Che poi, in fondo, è esattamente quello che facciamo io e mio padre. Solo con biblioteche diverse.
Qui sotto come sempre i passi del testo che ho sottolineato:
“I simboli sono la metà di una realtà incomprensibile senza riunire entrambe le parti”.
“Scuotete la polvere dai sandali e andatevene se non vi ascoltano”
“La gentilezza è la qualità del cuore che ama anche quel che non possiede”
“Non è un estremista, come spesso viene presentato è un uomo estremo”
“Quel che rende amabile la Natura (come la chiamiamo noi e che non è in sé né buona né cattiva e che nemmeno esisterebbe come idea se non la pronunciarsi noi come tale) è l’essere “cosa che nasce”, “nascita” come indica la sua etimologia”.
“Se non si concepisce la vita come scena di qualcosa come evento in cui è in atto qualcosa di segreto, difficilmente staremo attenti ai segni”.
“Noi non vediamo né nell’amore né il dolore né l’amicizia e altre cose che sono invisibili eppure sono le più importanti dell’esistenza”
“La vita si cerca dentro di sé”
“Non c’è discontinuità tra la carne del mondo e quella dell’uomo, l’universo è inglobato nella natura umana è il corpo dell’umanità. L’uomo è un microcosmo che riassume,condensa, ricapitola in sé i gradi dell’essere creato e può conoscere così l’universo dall’interno”.
“Certuni sono così miseri, ma così miseri che hanno solo la ricchezza”.
“Inventare dal senso originale invenio trovare”
“Nella cultura cristiana orientale, non a caso, esiste il monaco, il Monos, non perché solo, ma perché è completo di tutte le dimensioni della vita,lavoro e preghiera, mondo e Dio”
“Morendo ci hai lasciato il cantico che non censura la morte”
“Che fiorisca la rosa nel proprio giardino”
“In quel gesto c’è il segreto dell’amore. Essere un amen al viaggio dell’altro. Amen, fiorisca fino in fondo la tua rosa e il tuo giardino”.
“Sei stato un uomo capovolto, ben più di un rivoltoso. Una tipica immagine medievale rappresenta un albero rovesciato con le radici verso il cielo. Quell’albero sei tu”.
